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De Rerum Natura
Il creato nella parola

regia: Giuseppe Goisis
con: Silvia Fiori (voce), Alberto Zanini (chitarra), Andrea Martinelli (contrabbasso)


… perché dovrete ammettere che nella natura
affinché qualcosa di vivo ci sia
occorre perlomeno un urto, uno scarto
gioco poetico
una devianza dai principi diritti
clinamen appunto
lo scarto dal nulla piatto delle non-cose
dei non-esseri
quali né siamo né vorremo mai essere
a fortuna piacendo...

Il De rerum natura, poema didascalico di natura epico-filosofica e gusto alessandrino, dedicato a Gaio Memmio, scritto da Tito Lucrezio Caro nel I secolo a.C., composto di sei libri raggruppati in sezioni da due (le diadi, tutte con un inizio solare e una fine tragica), è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della sua compattezza, percezione dell'infinitamente minuto e nobile e leggero. È il poema della materia e della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, dove però la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili, e il vuoto è concreto quanto i corpi solidi.
Lucrezio si preoccupa affinché il peso della materia non ci schiacci. Quando stabilisce le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni imprevedibili dalla linea retta (ciò che nella filosofia epicurea ripresa da Lucrezio è indicato con il nome di clinamen -  “... gli atomi cadono in linea retta nel vuoto, in base al proprio peso: in certi momenti, essi deviano impercettibilmente la loro traiettoria, appena sufficiente perché si possa appunto parlare di modifica dell’equilibrio...”), tali da garantire la libertà tanto alla materia quanto agli esseri umani.
Ha scritto O. Votka, patafisico, che Epicuro “... ha compreso che al centro di ogni pensiero, come di ogni realtà - che non è mai altro, per chicchessia, che un pensiero della realtà - c’è una aberrazione infinitesimale, una flessione fondamentale, che tuttavia sbilancia tutto. Il clinamen è  tutt’altra cosa che una semplice fatalità o possibilità, come spesso si dice. È invece una nozione beffarda che Epicuro mette al principio di ogni cosa...”.
La poesia dell'invisibile, delle infinite potenzialità imprevedibili, così come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo.
È una realtà di granelli turbinanti di polvere, di minuscole conchiglie imbevute di sabbia e ragnatele che ci si avvolgono senza che ce ne accorgiamo mentre si cammina.



Leggerezza, piccolezza, libertà.
Del cielo sgombrato da Lucrezio, senza Dio, senza Dei, ci interessava soprattutto il ritorno alla terra, da celebrare in un gioco sottile di note e parole.
Un gioco che ha preso dunque la forma della poesia e della musica, dei loro accostamenti.
Che si è servito, come complici, di alcuni giganti di questa piccolezza e di questa lievità.
Dalle Corrispondenze di Baudelaire, la sua Natura foresta di simboli, al blues di Jimmy Cox, dalle Nuvole di Pavese, veli impregnati di luce, al jazz di Jean Baptiste Reinhardt detto Django, perfetta fusione di tzigano e swing, dal mondo visionario delle voci di Schneider alla chançonerie impressionista di Jacques Brel.
Sino a Leopardi, al suo miracoloso sottrarre al linguaggio ogni peso, e farlo somigliante alla luce della luna.

Accostamenti eccentrici, come la speranza di bellezza che vi sottende.











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