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Solo in un grottesco regia: Giuseppe Goisis con: Lara Angioletti, Nicola Cazzalini, Alfio Campana, Margherita Tassi
Serviva Céline, infatti, per avere la morte come sentimento furioso e sordido, cinico e pietoso, allucinato. Fra i tanti motivi che attraversano il suo pensiero e in particolare le righe del Voyage (la ferocia dello sfruttamento coloniale, la solitudine e il degrado delle metropoli, gli incubi tayloristici delle catene di montaggio, gli orrori della guerra e della retorica patriottarda, lo schifo per una lingua di belle parole che non riproducono il ritmo dell'esistente), noi abbiamo privilegiato il suo canto straziato e sguaiato di morte, il suo sopportare la vita nella lievità della finzione teatrale e del balletto, del gesto matematicamente esatto che nega se stesso per essere arco astratto del movimento, nell'incanto di un attimo che diventa segno. La vita non trippa, non barocca, non eccedente. “Mi trovo bene solo in un grottesco ai confini della morte”, scrisse a Léon Daudet, nazionalista monarchico, fondatore dell'Action Française: “A tutto il resto sono insensibile”. Serviva Céline per restare fedeli a una cognizione sul campo del dolore, la luce crepuscolare del suo impressionismo per illuminare un luogo senza appartenenza, da cui ripartire ogni volta, inquieti e insoddisfatti, nudi, ogni mattina verso il mondo, sperando in squarci improvvisi di bellezza, in lapsus involontari di pudore e sensibilità. Serviva Céline, infine, per uno spettacolo privo di pessimismo, uno spettacolo di farsa e tragedia, comicamente mescolate. Ciò che il grottesco, quando riesce, se riesce, è. Giocare alla morte insieme a lui. Questo abbiamo fatto, logorati dal suo stesso tarlo. Totò e la sua poesia sono il primo dei giochi. La livella. Un cimitero spoglio nel quale, in proscenio, schernire le pagliacciate litigiose dei vivi per cantare la serietà democratica degli spiriti defunti. Sullo sfondo, un guardiano che dispone e innaffia croci, e due maschere calliformi da commedia dell'arte (una pare proprio Arlecchino). Si divertono. Dissacrano. Fanno baccano. Fanno ciò che fanno le maschere, spiriti apotropaici, traghettatori di anime, connettori privilegiati fra gli inferi e il cielo. Le croci sghembe del guardiano, nel cimitero, ricordano quelle di Kantor. È poi il turno di Bach e dei violini della sua sonata in la minore. Sullo sfondo pre-tragico dei guizzi a corde, il secondo gioco è quello di una bambina bianca, che gioca appunto, ai pupazzi, a nascondino, all'armonia familiare, a memorie luttuose, alla provvidenza presunta, insieme a un compagno folletto, mischiando alle proprie le parole di Céline, e mentre un dagherrotipo seppiato ritrae la freddezza del suo mondo affettivo. Immagine che svuota e delude l'unica speranza segreta: non morire soli. La scena che cambia, che rimescola il teatrino delle rappresentazioni, conduce a Baudelaire, ai Fiori del Male. Anche di lui, come di Céline, serviva la presenza, per l'impasto di ironia e dolore che gli furono propri, per la sua idea di sacralità delle parole, da usare con la sapienza di una stregoneria evocatoria, e per quell'altra sua idea, di una bellezza impossibile senza una certa irregolarità nelle proporzioni. Infine, per il suo ritratto di una morte civetta e stravagante, che partecipa al ballo e cela lo scheletro sotto una veste d'ampiezza regale, agghindandosi con fazzoletto e guanti, scarpini infiocchettati e corone di fiori. Morte che così camuffata, racconta una officiante della gran festa, scherza e gioca al sabba del Piacere, non riconosciuta dai più, i mortali, e quando pure lo fosse, fuggita dai ballerini contrariati. Ma volerla fuggire non basta, non serve. Perché la morte è prima o dopo compagna di tutti in questa danza macabra, a tutti spetta, in ogni clima, sotto qualsiasi sole, come di ognuno è un odore, una puzza, malgrado l'arte della cipria e del rossetto. E proprio grazie a Baudelaire dunque, si scatena l'insane allegria dell'umanità risibile: una farandòla, provenzale, antica, danza che è simbolo di un viaggio collettivo (un altro viaggio...) attraverso le esperienze della vita. I danzatori della farandòla se ne vanno. Chi entra in scena, per l'ultimo dei giochi, è un vecchio clown. I clown fanno ridere. Nel mondo pericolante del circo, mondo di minaccia e di odori, di festa e di macello, di scherzo ed esecuzione, di grazia e di follie, di musichette strazianti che attraversano la luce e la penombra come un solletico, con la segatura ai piedi, siano essi bianchi o augusti, i clown fanno ridere per la goffaggine, perché caricature, specchi grotteschi e deformi dell'immagine di uomo, nei suoi aspetti di animale e di bambino, di sbeffeggiato e di sbeffeggiatore. San Francesco si definiva il giullare di Dio. Lao Tse diceva: “Appena fabbrichi un pensiero, ridici sopra”. Il nostro clown ha parole patetiche, di derivazione felliniana, racconta di ribalte lontane, di ricordi che deglutisce a fatica, di aspirazioni e orgogli che sopravvivono ancora. Chi meglio di lui poteva guidare la conclusione del viaggio? Nessuno, con la stessa comica tragicità. E difatti, involontariamente evocati, si radunano al suo fianco tutti gli altri giocatori. Per seguirlo in un saluto finale al nostro Virgilio Céline. E per un valzer d'addio, da suonicchiare, ancora una volta, alla morte. |
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| � 2007 Compagnia Brincadera compagnia di teatro |




