MANIFESTO

Vorremmo descrivere il nostro fare teatro attraverso alcune parole che ne racchiudono la pratica concreta:

  • partitura: possibilità di costruzione formale di una linea d’azione fisica assolutamente ripetibile; precisione rigorosa, che non va intesa come “esattezza ripetitiva”, ma come necessità unica; l’azione deve restare la stessa in quanto a contenuto espressivo, pur variando, con margini anche piuttosto ampi; è questo lo strumento principe per lottare contro le forme dell’illustratività banale; l’antropologia teatrale ha già espresso alcune idee fondamentali, ma fra esse ce n’è una che può davvero “riassumere” l’intero percorso: lo spettatore ha una sorta di attività mimetica rispetto alla presenza/movimento dell’attore, a partire da un’esperienza fisica; per questo le tradizioni forti del teatro (quella orientale) partono da posizioni di organizzazione del disequilibrio; perché il disequilibrio, con il lavoro fisico che comporta (apnee dello sforzo, respirazione, tensione muscolare), sono una prima forma di relazione attore/spettatore.
  • organicità: la presenza è contemporaneità di corpo e mente; altrimenti è sforzo (corpo in ritardo) o automatismo (corpo in anticipo); il teatro deve costruire una presenza dove corpo/mente siano organicamente, credibilmente, autenticamente correlati; non solo le singole presenze hanno da essere organiche, fin nel loro gesto minimo, ma lo spettacolo stesso è un organismo, che sviluppa una vita, che respira e ha una storia.
  • grottesco: come ha scritto Cèline: “Mi trovo bene solo in un grottesco ai confini con la morte. A tutto il resto sono insensibile”. Da questa frase provengono materiali di scena e un umore fondamentale del nostro lavoro.
  • buffet: concepire lo spettacolo come un buffet, un intrecciare e mischiarsi di esperienze sensoriali differenti, un prevalere di tale diversificazione sulla linearità della sola trama e sul dominio del senso logico; il rasa, lo chiamerebbero le tradizioni orientali, il sapore; da ciò la musica, la danza, il trattamento del linguaggio come suono e significante almeno quanto significato.
  • paracarro: abbiamo avuto la fortuna di alcuni amici; Renzo Vescovi sopra ogni altro, poi il suo teatro, il Tascabile, poi gli amici di Renzo, Nando Taviani fra essi; come un giorno Nando ci ha scritto: “Il teatro è uno dei posti – il posto – in cui uno se ne può veramente fottere del valore sociale di quel che fa, farlo solo per sé, e questo diventa valore sociale. Poi uno si siede – se vuole – sul paracarro e si domanda: quale? Se proprio vuole. Il teatro permette di vivere – vivere, non pensare – da folli e di morire – ogni giorno? ogni ora? alla fine? – da saggi. Come si scrisse nell’epitaffio di Don Chisciotte: morir cuerdo y vivir loco, in quest’ordine, che inverte, pare, il cronologico”. È una grande fortuna avere amici così.
  • catarsi: Aristotele, dal quale per fortuna ci siamo allontanati rispetto all’egemonia del testo, sosteneva che il verosimile è meglio del vero (il verosimile credibile contrapposto al vero che pare assurdo). La catarsi è vaccino, reazione omeopatica, iniettarsi passioni. Errore e pietà/compassione, in primis (ecco perché la tragedia è da preferire) per esserne liberato. Arricchirsi attraverso esperienze vicarie, questo il teatro, l’arte, e il senso profondo della catarsi. All’attore però, unico compito, spetta quello di fabbricare per bene il suo pezzo d’artigianato, nient’altro. Nessuna infiammazione ulteriore, nessuna psicologia magica, nessun gioco disinibitorio. Il nettare versato nella coppa spetta agli Dei. A noi spetta un’onesta prestazione d’opera. La coppa appunto.
  • bolle di sapone: soffiare enormi bolle di sapone per la strada, in fondo è questo che si spera, bolle che poi scoppiano, durando quanto durano, lasciando la strada e la gente come erano prima. Senza bolle. Ecco un obiettivo “sociale”, una linea politica, una concreta azione sul mondo reale: soffiare sorridendo bolle di sapone.
  • umanità: tutte le parole precedenti sono sterili se non si fondano su rapporti umani autentici. Brincadera è stata ed è una comunità di persone per la quale certi valori di umanità contano quanto le capacità tecniche di mettere in scena le immagini e le idee. È fatta di amici, mogli, mariti, figli, figlie, compagni. È fatta di incontri, scambi. Della volontà di trovare occasioni virtuose di lavoro insieme, dentro e fuori di sé.